E LEGGIO SPACCO’ IN DUE COSA NOSTRA L’omicidio di Mauro De Mauro, trentanove anni fa veniva ucciso il giornalista che sapeva del golpe Mafia, il pentito Naimo al processo: “Così venne ucciso De Mauro su ordine di Riina”

Mafia, il pentito Naimo al
processo: “Così venne ucciso De Mauro su ordine di Riina”

Palermo – (Adnkronos) – “Lo prelevarono sotto casa e forse lo
buttarono in un pozzo. Fu ucciso perché scriveva di Cosa Nostra: dava fastidio
con i suoi articoli”. Il neo collaboratore, arrestato nell’ottobre 2010 e subito
pentito, ha detto alla Corte d’Assise di avere appreso i particolari sul delitto
nel 1972 da Emanuele D’Agostino, un piccolo mafioso palermitano





Palermo, 18 feb. – (Adnkronos) – Gli ultimi istanti di vita del giornalista
Mauro De Mauro, scomparso la sera del 16 settembre 1970 da Palermo sono stati
raccontati oggi in aula dal neo collaboratore di giustizia Rosario Naimo al
processo per il sequestro e l’omicidio di De Mauro. Naimo, arrestato
nell’ottobre 2010 e subito pentito, ha detto alla Corte d’Assise, rispondendo
alle domande del pm Sergio De Montis, di avere appreso i particolari sulla morte
di De Mauro nel 1972 da Emanuele D’Agostino, un piccolo mafioso palermitano. 

“Quando nel 1972 tornai dagli Stati Uniti a Palermo -racconta Naimo-
chiamai al telefono Emanuele D’Agostino, e lui mi raggiunse subito in un
appartamento a Ballaro’, dicendomi per prima cosa che lo avevano affiliato. Era
euforico e incomincio’ a raccontarmi subito un sacco di cose. Voleva fare bella
figura con me per dimostrarmi che anche lui era diventato un mafioso e che era
diventato importante. “Prima mi racconto’ tutto sulla strage di viale Lazio, poi
– prosegue Naimo – mi disse come fu ucciso Michele Cavataio e infine mi disse
‘la sai quella del giornalista De Mauro, hai sentito che e’ successo?’ ma io
negli Stati Uniti non avevo ancora sentito cosa fosse accaduto. Cosi’ mi
racconto’ che De Mauro fu preso e ucciso su ordine dello ‘zio Totuccio’, cioe’
Toto’ Riina”. 
Inizia cosi’ il racconto degli ultimi istanti di vita di
De Mauro: “Emanuele D’Agostino lo colpi’ al viso con il calcio della pistola
chiamandolo con un nome diverso, mentre De Mauro stava uscendo dalla sua
macchina. Insieme a D’Agostino c’era un ragazzo, un picciutteddu. Pero’ non so
il suo nome. A quel punto, De Mauro era pieno di sangue e stonato e il giovane
si mise al volante nella machcina di De Mauro insieme a D’Agostino. De Mauro
continuava a pensare ad un equivoco e ribadiva: “Ma io sono Mauro De Mauro”. 
“Poi D’Agostino mi racconto’ che lo portarono in un posto dove c’era lo
‘zio Totuccio’, cioe’ Riina e – riferisce Naimo – gli fu detto ‘e, caro Mauro De
Mauro…’. A quel punto il giornalista capi’ che non si trattava di un equivoco
e subito dopo venne ucciso. Lo tenevano fermo con la pistola”. Ma per l’omicidio
di Mauro De Mauro, secondo quanto racconta sempre Rosario Naimo, “c’era lo star
bene di Stefano Bontade, che disse agli altri di fare tutto quello che diceva lo
‘zio Totuccio’ e di stargli vicino”. Naimo ha qualche dubbio sul posto in cui
venne poi portato Mauro De Mauro. “Forse a Fondo Amari, ma non ne sono molto
sicuro perche’ forse faccio confusione con l’altro racconto di D’Agostino sulla
strage di viale Lazio. So pero’ che fecero sparire il corpo di De Mauro”. 
Durante il primo interrogatorio, Naimo aveva parlato di un pozzo in cui
il corpo di De Mauro sarebbe stato gettato dopo l’omicido. “Forse e’ vero -dice
ancora- ma sono ricordi del 1972, e’ possibile che lo abbiano gettato in un
pozzo. Ma non lo posso confermare al cento per cento”. Sempre secondo il
racconto di Rosario Naimo, insieme a Toto’ Riina, l’unico imputato del processo
per l’omicidio De Mauro, ci sarebbero state altre persone: “Ricordo pure
Madonia, ma forse faccio confusione”. Quando parla degli altri mafiosi li chiama
con nome e cognome, da Calogero Bagarella a Giovambattista Ferrante, da Giacomo
Gambino a Emanuele Badalamenti. Ma appena nomina il capo mafia Toto’ Riina,
Naimo lo chiama con deferenza ‘il signor Riina’. 
Il neo pentito di mafia
Naimo ha anche raccontato i motivi che lo hanno spinto, nell’ottobre 2010 subito
dopo l’arresto, dopo una lunga latitanza, a collaborare con la giustizia. “Gia’
nel 1993 Cosa nostra mi aveva fatto schifo, ero molto deluso e lo dissi anche a
Giovambattista Ferrante quando lasciai Palermo e mi accompagno’ in Corsica. Ero
deluso perche’ quando mi affiliarono la prima cosa che facemmo era stata quella
di comprare una mucca ad un poveretto a cui era morta. Noi invece eravamo
terroristi, e’ stato tutto qusto terrorismo a farmi schifo. Era da tempo che
volevo collaborare, poi ebbi l’occasione e l’ho fatto consapevole di quello che
facevo”. 
Rispondendo alle domande del pm Sergio De Montis, Naimo ricorda
che “dall’89 al ’93 sono stato latitante a Palermo, nel ’93 lasciai Palermo e da
allora mi sono totalmente distaccato da Cosa nostra e non ho piu’ avuto contatti
con la mafia. Lo dissi nel ’93 proprio a Giovambattista Ferrante (anch’egli poi
pentito ndr). Gli dissi che non mi piacevano piu’ i modi di tutto quello che
facevano e lui, con le lacrime agli occhi, mi rispose ‘e lo dici a me?’. Io gli
risposi ‘se tuo padre fosse qui, mi darebbe ragione e direbbe che non era questa
Cosa nostra quando eravamo entrati'”. 

http://cittanuovecorleone1.blogspot.it/2011/02/mafia-il-pentito-naimo-al-processo-cosi.html

1981

26 maggio – Palermo. La mattanza
dei perdenti continua. All’interno della società “Calcestruzzi” di proprietà di
Buscemi, vengono strangolati Santo Inzerillo, fratello di Totò, ucciso 15 giorni
prima e suo zio Calogero Di Maggio. Nelle stesse ore vengono assassinati anche
Mimmo Teresi, Giuseppe Franco, Salvatore e Angelo Federico, tutti delle cosche
di Palermo invisi ai corleonesi. I loro corpi verranno sciolti nell’acido. 
30 maggio – Palermo. Scompare
Emanuele D’Agostino, elemento di spicco della famiglia di Santa Maria del Gesù.
Si era rivolto a Saro Riccobono mper chiedere aiuto.

Giugno 2, i giornali siciliani riportano con gran rilievo la notizia che quattro boss sono scomparsi nel nulla;
sparisce però anche Emanuele D’Agostino, che aveva chiesto inavvertitamente
ospitalità ad un altro mafioso (Rosario Riccobono [il
terrorista
], passato armi e bagagli con i corleonesi), e così anche il
suo cadavere: “lupara bianca“;
[Sfuggito una prima volta
alla morte, perché non si era fidato di Pietro Lo
Jacomo
della “famiglia” di Santa Maria di Gesù, ha fatto la
sciocchezza di fidarsi ora dell’amico Rosario
Riccobono
[il terrorista] che non solo lo
ha eliminato ma ne ha ucciso pure il figlio dopo aver attirato quest’ultimo in
un tranello.]



Mauro De Mauro
Era il 16 settembre 1970 quando il giornalista siciliano de
“L’Ora” Mauro De Mauro viene rapito a pochi metri da casa sua. Dalle 21 e 10 di
quella sera la famiglia non ha ricevuto più alcuna notizia sulla sua scomparsa.
Soltanto nel 2001 le indagini subiscono una svolta, nonché alla riapertura
dell’inchiesta, grazie alle dichiarazioni spontanee del pentito Francesco Di
Carlo, ex boss di Altofonte, riprese da “La Repubblica” dell’epoca: “De Mauro è
stato ucciso perché sapeva del golpe. Lo seppellimmo alla foce dell’Oreto”.
Stiamo parlando del famoso “Golpe Borghese” organizzato dal principe Junio
Valerio Borghese e dalla destra eversiva in stretta collaborazione con Cosa
Nostra che si sarebbe dovuto eseguire nella notte tra il 7 e l’8 di dicembre di
quello stesso anno, nome in codice “Tora Tora”. Pochi giorni prima di morire De
Mauro confidò ad un suo collega :”Ho uno scoop che farà tremare l’Italia”.
De Mauro è stato materialmente ucciso da Cosa Nostra, da Mimmo Teresi,
Emanuele D’Agostino e Stefano Giaconia – tutti morti nella guerra di mafia degli
anni ‘80 – con la probabile collaborazione di Bernardo Provenzano, strangolato e
seppellito in campagna, tra la borgata di Villagrazia e la foce del fiume Oreto.
A quanto disse il pm Antonio Ingroia alla riapertura del processo gli
interessati alla morte del giornalista siciliano e delle sue inchieste non era
soltanto la mafia ma anche molti esponenti “della destra eversivo – golpista,
della massoneria deviata, oltre a quelli della finanza, dell’economia e della
politica corrotta”. Tutti interessati a far tacere la voce di un giornalista che
sapeva forse troppo sia del famoso “Golpe Borghese” che del “Caso Mattei”, ossia
l’attentato di Bascapè del 27 ottobre del 1962 in cui l’aereo dell’allora
presidente dell’Eni Enrico Mattei decollò da Catania e precipitò a pochi
chilometri da Linate.

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giornalista che sapeva del golpe

RIINA ORDINÒ «UCCIDETELO»

LA SPARIZIONE DEL GIORNALISTA MAURO DE MAURO
DAL NUMERO 7 DI MAGMA
di Sandra Figliuolo

Sarebbe stato «ammazzato perché attaccava sempre la mafia  e dava fastidio
con i suoi articoli», «rapito e poi forse buttato in un pozzo». Un mistero la
sparizione del giornalista de «L’Ora», Mauro De Mauro, che si intreccia con
altri, tra i più grandi della storia italiana (dal Golpe Borghese alla morte del
presidente dell’Eni, Enrico Mattei). Il suo stesso corpo, a quarant’anni di
distanza e nonostante molte ricerche, non è mai stato ritrovato. Il
neocollaboratore di giustizia, Rosario Naimo, ha fornito la sua versione davanti
alla Corte d’assise di Palermo, durante il processo per il sequestro e per
l’omicidio del cronista, in cui unico imputato è il boss Totò Riina. E Naimo è
il primo a parlare di una partecipazione diretta del «signor Riina», come lo
chiama per tutta la sua deposizione, non si sa se per timore o per
rispetto.

Naimo, che per tanti anni ha vissuto negli Stati Uniti ed è stato
arrestato dalla Guardia di finanza lo scorso ottobre (per un caso fortuito, ha
avuto un malore per strada), ha subito deciso di collaborare con la
magistratura. E ha parlato anche di De Mauro, sparito nel nulla dal 16 settembre
del 1970 («a questa storia c’ho pensato a lungo», ha detto in aula).
Sostanzialmente, Naimo riferisce ciò che gli avrebbe raccontato, nel 1972, un
suo fraterno amico, Emanuele D’Agostino, eliminato durante la guerra di mafia.
Gli ultimi attimi di vita del giornalista, le modalità con le quali fu rapito ed
ucciso. Qualche esitazione sul luogo in cui fu sepolto il cadavere.

«Quando
nel 1972 tornai dagli Stati Uniti, in occasione del matrimonio di mia sorella –
ha spiegato ai giudici – chiamai al telefono Emanuele D’Agostino e lui mi
raggiunse subito in un appartamento di Ballarò, dicendomi per prima cosa che lo
avevano affiliato. Era euforico e incominciò a raccontarmi tante cose. Voleva
fare bella figura con me per dimostrarmi che anche lui era diventato mafioso ed
importante. Prima mi parlò della strage di viale Lazio e poi mi disse: ‘La sai
quella del giornalista De Mauro, hai sentito che è successo?’».
Naimo, da
tempo negli Usa, riferisce che non era al corrente del caso. «Così – continua –
D’Agostino mi raccontò che De Mauro fu preso e ucciso su ordine dello ‘zio
Totuccio’, cioè Totò Riina». Secondo quanto gli raccontò l’amico, dopo aver
fermato il giornalista per strada, sarebbe stato lo stesso D’Agostino a
«colpirlo al viso con il calcio della pistola, chiamandolo con un nome diverso,
mentre De Mauro stava uscendo dalla sua macchina. Insieme a D’Agostino c’era un
ragazzo, un picciutteddu, però non so il suo nome. A quel punto, De Mauro era
pieno di sangue e stonato e il giovane si mise al volante della macchina» del
giornalista, con D’Agostino. «De Mauro continuava a pensare ad un equivoco e
ribadiva: ‘Ma io sono Mauro De Mauro’».
A questo punto, si registrerebbe già
qualche incongruenza nel racconto fornito dal collaborante. Come hanno rimarcato
sia il pm Sergio Demontis sia l’avvocato di parte civile che rappresenta la
Provincia di Palermo, Cetti Pillitteri. Il fatto che De Mauro avesse il volto
insanguinato non combacia con altre testimonianze (Naimo precisa che forse è una
sua «deduzione, se lo colpì col calcio della pistola») e poi sembra che il
giornalista conoscesse D’Agostino e quindi suona strana la strategia dello
scambio di persona per sequestrarlo.
«Poi – prosegue il neopentito –
D’Agostino mi raccontò che lo portarono (De Mauro, ndr) in un posto dove c’era
lo ‘zio Totuccio’, cioè il signor Riina e gli fu detto: ‘Eh, caro Mauro De
Mauro…’. A quel punto il giornalista capì che non si trattava di un equivoco e
subito dopo venne ucciso. Lo tenevano fermo con la pistola». Naimo ha poi
precisato che per l’omicidio «c’era lo star bene di Stefano Bontate, che disse
agli altri di fare tutto quello che diceva lo ‘zio Totuccio’ e di stargli
vicino». Il neopentito (che collabora «perché Cosa nostra mi faceva schifo, già
dal 1993», cioè dalle stragi) è il primo a chiamare direttamente in causa
Riina.
Qualche esitazione poi sul posto in cui venne portato De Mauro: «Forse
a Fondo Amari, ma non ne sono molto sicuro perché forse faccio confusione con
l’altro racconto di D’Agostino sulla strage di viale Lazio. So, però, che fecero
sparire il corpo di De Mauro». Durante l’interrogatorio del 7 gennaio scorso,
Naimo aveva parlato di un pozzo in cui il corpo del cronista sarebbe stato
gettato dopo l’omicidio: «Forse è vero – ha detto in aula – ma sono ricordi del
1972, è possibile che lo abbiano gettato in pozzo, ma non lo posso confermare al
cento per cento». Sempre durante quell’interrogatorio, però, il pentito aveva
addirittura parlato della necessità di spostare il cadavere dal pozzo perché
Salvatore Lo Piccolo avrebbe rilevato il luogo in cui si trovava il corpo
durante il sonno. Per evitare problemi – così racconta Naimo – il corpo fu
trasferito altrove. Infine, secondo il collaboratore, oltre a Riina, sarebbero
state presenti anche altre persone: «Ricordo pure Madonia, ma forse faccio
confusione».
Con questa deposizione, dopo più di quattro anni, il presidente
della Corte d’Assise ha dichiarato chiusa l’istruttoria dibattimentale. Poi il 4
marzo, si è iniziata la requisitoria dei pm Demontis e Antonio Ingroia, che
hanno coordinato l’inchiesta riaperta a distanza di 35 anni dalla sparizione di
De Mauro. Diverse le piste, tutte collegate al lavoro del giornalista, in
particolare sulla morte di Mattei. Durante il dibattimento è stato sentito anche
Massimo Ciancimino, il figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito. Ha
consegnato anche dei documenti alla Procura e, secondo la sua versione, in base
a ciò che apprese dal padre, De Mauro fu eliminato «dai Corleonesi», ma su
ordine di «istituzioni romane». Sulla stessa scia, secondo Ciancimino, fu
eliminato anche il procuratore Pietro Scaglione, «perché stava indagando sul
caso De Mauro».

E
LEGGIO SPACCO’ IN DUE COSA NOSTRA

“La
Commissione di “cosa nostra”, fino al suo scioglimento (1963),
provocato dalla guerra fra i La Barbera e le altre “famiglie”, era
così composta: 1. Salvatore Greco (Cicchitteddu): Segretario; 2. Antonino
Matranga, 3. Mariano Traia, 4. Michele Cavataio, 5. Calcedonio Di Pisa, 6.
Salvatore La Barbera, 7. Cesare Manzella, 8. Giuseppe Panno, 9. Antonino
Salamone, 10. Lorenzo Motisi, 11. Salvatore Manno, 12. Francesco Sorci, 13.
Mario Di Girolamo, tutti capi mandamento. “Si noti l’ assenza, a quei tempi
dei corleonesi nell’ organo direttivo di “cosa nostra”; infatti, i
rapporti tra “Cicchiteddu” e Luciano Leggio erano tutt’ altro che
buoni e solo lo scatenarsi della faida contro i La Barbera ha evitato che gli
attriti tra i due sfociassero in guerra aperta; ma i corleonesi non avrebbero
dimenticato e si sarebbero vendicati in seguito anche dei loro avversari
superstiti di un tempo. “Non è questa la sede per esporre
approfonditamente i motivi della guerra di mafia scatanatasi con l’ omicidio di
Calcedonio Di Pisa e culminata nella strage di Ciaculli; basterà dire che anche
nella materia il Buscetta è stato attendibile. In sostanza, lo scontro è stato
provocato dal crescente potere che i La Barbera andavano acquisendo, con l’
ostilità soprattutto di Antonino Matranga (Resuttana), Mariano Traia (San
Lorenzo) e Salvatore Manno (Boccadiferro). Michele Cavataio, muovendosi
abilmente nel dissidio fra i La Barbera e il resto della commissione, uccideva
Calcedonio Di Pisa in modo che la responsabilità ne venisse attribuita dalla
commissione proprio ai La Barbera. E anche in seguito gli episodi più
eclatanti, erano opera del Cavataio, comprese le autovetture piene di esplosivo
fatte esplodere contro esponenti di spicco di “cosa nostra”. “Lo
scontro sanguinoso e l’ attività repressiva degli organi di polizia
determinavano lo scioglimento di “cosa nostra”, per cui i personaggi
più rappresentativi cercavano riparo anche all’ estero, sia per timore di
essere uccisi sia per sfuggire agli arresti. “… Cosa Nostra” è
rimasta inoperante fino al 1969, e cioè fino all’ esaurimento dei grandi
processi di mafia, con conseguente massiccia remissione in libertà di numerosi
mafiosi. “Su tali fatti bisognerà che gli organi inquirenti ritornino,
essendo emerse responsabilità penali per gravissimi delitti a carico di persone
tuttora in vita; in questa sede va richiamata l’ attenzione su personaggi come
Pippo Calò e Antonino Salomone, protagonisti da oltre vent’ anni di primo piano
delle vicende di “cosa nostra”, i quali per tutto questo periodo si
sono tenuti abilmente nell’ ombra mentre altri con responsabilità molto minori
sono stati accanitamente perseguiti e sopravalutati. “Nel 1970, dopo
“l’ esecuzione” di Michele Cavataio (c.d. strage di Via Lazio),
riconosciuto il maggiore colpevole delle insensate carneficine del 1963, si
ricostituiva ” cosa nostra” e, per un primo periodo, la direzione
della stessa era nelle mani di un triumvirato formato da Salvatore Riina (ecco
comparire i corleonesi!), Stefano Bontade e Gaetano Badalamenti; e va rilevato
che alla strage di via Lazio avevano partecipato Calogero Bagarella
(probabilmente ucciso da Michele Cavataio nella sparatoria), Emanuele D’
Agostino (della famiglia di Stefano Bontade) e Damiano Caruso; (originario di
Villabate ma appartenente alla famiglia di Riesi capeggiata da Giuseppe Di
Cristina. “Il Caruso, accusato di essere un confidente dei carabinieri,
veniva ucciso poi, per ordine dei corleonesi; in realtà, in siffatta maniera
costoro avevano dato il primo avvertimento a Giuseppe Di Cristina, fedele
alleato e grande amico di Stefano Bontade, che aveva arruolato nella propria
famiglia il Caruso nonostante che questi fosse originario di Villabate.
“Nel 1970 veniva compiuta la cosiddetta spedizione di Castelfranco Veneto,
dove venivano sorpresi ed arrestati Galeazzo Giuseppe, Lo Presti Salvatore e
Rizzuto Salvatore (tutti e tre della famiglia di Pippo Calò), nonchè Gaetano
Fidanzati (della famiglia di Giuseppe Bono); ad essi era stato affidato dal
triumvirato l’ incarico di individuare ed uccidere il vice di Michele Cavataio,
Giuseppe Sirchia, resosi responsabile fra l’ altro, dell’ omicidio di Bernardo
Diana, vice di Stefano Bontade, avvenuto nel 1963. “Il 5 maggio 1971,
veniva compiuto l’ assassinio di Pietro Scaglione, Procuratore della Repubblica
di Palermo, definito dal Buscetta magistrato integerrimo e persecutore della
mafia. In questa sede, non è possibile trattare di questo gravissimo fatto di
sangue, per il quale procede altra autorità giudiziaria; va solo notato che l’
omicidio, ispirato e voluto dai corleonesi, è stato eseguito nel territorio di
Porta Nuova, della cui famiglia già allora era capo Pippo Calò. E’ di tutta
evidenza, dunque, quanto siano antichi i rapporti di colleganza fra i
corleonesi e questi ultimi. “Il processo cosiddetto dei 114, con l’
arresto di Stefano Bontade e Gaetano Badalamenti, consentiva una maggiore
libertà d’ azione al Riina, unico membro del “triumvirato” rimasto in
libertà. Questo ultimo aveva l’ ardire di ordinare il sequestro dell’ ingegnere
Luciano Cassina, nel quale venivano implicati uomini della famiglia di Pippo
Calò, E ciò nonostante che vi fosse un patto espresso, in seno a “cosa
nostra” di non eseguire sequestri di persona in Sicilia, per le
conseguenze negative in termini sia di repressione poliziesca sia di allarme
sociale. “In questa situazione di acuto risentimento da parte degli altri
membri del “triumvirato”, Bontade e Badalamenti, Luciano Leggio, che
nel frattempo era evaso, riprendeva in mano le redini della sua famiglia e,
apparentemente per placare il Bontade, metteva da parte il Riina; tuttavia
otteneva che, con la scusa che il riscatto era stato pagato e l’ ostaggio già
liberato, la faccenda venisse considerata ormai chiusa. Ciò ovviamente lasciava
con l’ amaro in bocca Bontade e Badalamenti, i quali nella sostanza non avevano
ottenuto soddisfazione. “Comunque, con l’ intervento del Leggio, veniva
posto termine al “triumvirato” e si ricostituivano gli organi
ordinari di “cosa nostra”. In questa fase la commissione veniva così
composta: 1. Gaetano Badalamenti, Capo Commissione; 2. Luciano Leggio; 3.
Antonino Salamone; 4. Stefano Bontade; 5. Rosario Di Maggio; 6. Salvatore
Scaglione; 7. Giuseppe Calò; 8. Rosario Riccobono; 9. Filippo Giacalone; 10.
Michele Greco; 11. Nenè Geraci, tutti capi mandamento. “E’ da notare che:
il posto di Leggio, dopo il suo arresto avvenuto il 15 maggio 1974, veniva
preso in seno alla commissione, da Salvatore Riina o da Bernardo Provenzano (in
realtà e contro ogni regola da entrambi); il posto di Antonino Salamone,
emigrato in Brasile, veniva preso da Bernardo Busca, che però riprendeva il suo
ruolo di vice del Salamone, ogni volta che quest’ ultimo ritornava in Italia.
“L’ omicidio del colonnello cc. Giuseppe Russo, avvenuto il 20 agosto 1977
provocava ulteriore gravissimo attrito fra Bontade e Badalamenti da un lato e i
corleonesi dall’ altro. L’ omicidio, del quale anche Di Cristina ha indicato
quali ispiratori i corleonesi, veniva eseguito da un “comando” del
quale faceva parte anche Pino Greco “scarpazzeda”; nel commentare il
fatto, Stefano Bontade faceva notare, in seguito, al Buscetta la falsità del
comportamento di Michele Greco, il quale gli aveva detto di non sapere nulla
circa mandanti ed esecutori dell’ omicidio, mentre il suo uomo d’ onore più
“valoroso” (e cioè il suo killer più spietato) era stato uno degli
autori del vile assassinio. “Anche da tale episodio, dunque, emerge come i
corleonei e i loro alleati, perseguendo un piano diabolico, compivano al
momento giusto delle azioni che – a parte la loro barbara ferocia – sono senz’
altro dimostrazioni di una lucida strategia criminale. Nel caso di specie, con
l’ omicidio del colonnello Russo, essi ottenevano ad un tempo, l’ eliminazione
di un abile investigatore e di un implacabile nemico della mafia, il
disorientamento nelle forze di polizia ed il progressivo isolamento e perdita
di prestigio di personaggi come Bontade e Badalamenti, i soli che potevano
opporsi ai piani dei corleonesi stessi di egemonizzazione di “cosa
nostra”. “Si comincia a notare, inoltre, come le strutture di tale
organizzazione, pur formalmente intatte, si avviavano ad essere utilizzate per
coprire un audacissimo piano, del tutto riuscito, diretto a trasformare
“cosa nostra” in una pericolosissima organizzazione criminale,
maggiormente in sintonia con i tempi e con le mutate esigenze dei traffici
illeciti. In questo quadro, Stefano Bontade e Gaetano Badalamenti erano un
ostacolo da rimuovere, il primo perchè legato ad una visione di “cosa
nostra” ormai disarmonica rispetto alle esigente dei traffici; il secondo
perchè ritenuto dai corleonesi privo delle capacità intellettuali per poter
gestire una realtà tanto complessa. Gli eventi successivi dimostrano in modo
impressionante la fondatezza delle parole del Buscetta. Ed infatti, alla fine
del 1977 – primi del 1978, avvengono sostanziali modifiche della Commissione
tali da renderla ancora più docili ai voleri dei corleonesi. E difatti: viene
espulso da “cosa nostra” Gaetano Badalamenti per motivi che il
Buscetta ha dichiarato di non conoscere ma che certamente sono stati gravissimi
se hanno comportato tale sanzione nei confronti del capo di “cosa
nostra”. Da allora, invero, il Badalamenti ha sempre vissuto appartato,
(evidentemente per il fondato timore di essere ucciso), tanto che non è riapparso
in pubblico nemmeno quando le sue vicende giudiziarie si sono risolte in modo a
lui favorevole; il posto di Gaetano Badalamenti quale capo della Commissione
vien preso da Michele Greco, interamente, manovrato dai corleonesi; capo della
famiglia di Cinisi viene nominato Antonino Badalamenti cugino di Gaetano, che
nutre profonda avversione nei confronti di quest’ ultimo; entrano a far parte
della Commissione Francesco Madonia, rappresentante della famiglia di
Resuttana, e Nenè Geraci, rappresentante di quella di Partinico, entrambi
fidatissimi alleati dei corleonesi. In siffatta maniera, tutta la piana dei
colli, fino a Partinico, è controllata dai corleonesi, specie se si considera
che il capo della famiglia di San Lorenzo, Filippo Giacalone, avversario dei
corleonesi, viene fatto sparire; entra a far parte della Commissione Inzerillo,
in sostituzione di Rosario Di Maggio; unico punto a favore del Bontade, nel
riassestamento della Commissione, è la nomina a capo mandamento di Gigino
Pizzuto, rappresentante di una famiglia ai confini del territorio della
Commissione di Palermo. E qui incidentalmente va rilevato che trattasi di uno
dei tantissimi riscontri delle dichiarazioni di Buscetta, dato che di Gigino
(Calogero) Pizzuto finora si ignorava del tutto il ruolo nelle vicende di Cosa
Nostra ed è stato possibile procedere alla sua identificazione solo in virtù
delle precise indicazioni fornite dal Buscetta anche sulle modalità della
uccisione del Pizzuto stesso. BORIS GIULIANO, CESARE TERRANOVA, PIER SANTI
MATTARELLA COMINCIO’ CON RIINA L’ ETA’ DELLE STRAGI “Riassumendo, quindi,
dopo il rimpasto, la Commissione, nel 1978, era così composta: 1) Michele
Greco, capo commissione; 2) Salvatore Riina e Bernardo Provenzano; 3) Antonino
Salomone (sostituito da Berardo Brusca); 4) Stefano Bontade; 5) Salvatore
Inzerillo; 6) Salvatore Scaglione; 7) Giuseppe Calò; 8) Rosario Riccobono; 9)
Francesco Madonia; 10) Gigino Pizzuto; 11) Nenè Geraci; 12) Soggetto in corso
di identificazione. “Nel 1979-1980, e comunque prima della uccisione di
Stefano Bontade, venivano inseriti nella Commissione Giovanni Scaduto, genero
di Salvatore Greco Ferrara, e Pino Greco “scarpazzedda”, quale capo
della famiglia di Ciaculli: quest’ ultimo episodio costituisce ulteriore stravolgimento
delle regole di Cosa Nostra, ove si consideri che della famiglia di Ciaculli
due membri vengono inseriti all’ evidente scopo, da un lato, di riconoscere l’
importanza acquisita dal feroce Pino Greco “scarpazzedda”, e dall’
altro, di relegare in posizioni meramente onorifiche Michele Greco, vittima
della sua mancanza di personalità ed ormai in balia dei corleonesi. “Le
conseguenze di questo mutato assetto della commissione e, quindi, degli
accresciuti poteri dei corleonesi non si fanno attendere. “Nel marzo 1978
veniva ucciso Michele Reina, segretario provinciale della DC. Di tale omicidio
– che per la sua rivelanza non poteva non avere coinvolto tutta la commissione
– nè Stefano Bontade, nè Salvatore Inzerillo, nè Rosario Riccobono sapevano
nulla ed anzi i primi due, nel commentarlo successivamente col Buscetta,
lamentavano, appunto, questo ulteriore affronto al loro prestigio ed il loro
progressivo isolamento. “Nel maggio 1978, veniva ucciso Giuseppe Di
Cristina. L’ omicidio, opera dei corleonesi, era una gravissima offesa
soprattutto per Salvatore Inzerillo, nel cui territorio il crimine veniva
consumato con modalità tali da indirizzare i sospetti della Polizia su questo
ultimo. A UN TRATTO CAPIRONO DI ESSERE ACCERCHIATI Anche stavolta i due non
ottenevano alcuna soddisfazione dalla commissione e cominciavano finalmente a
rendersi conto di essere accerchiati; non comprendevano appieno, però, fino a
che punto fosse giunta l’ opera di proselitismo da parte dei loro avversari
anche all’ interno delle loro stesse “famiglie”. E’ da rilevare,
però, che Inzerillo era quasi sicuro che nell’ omicidio fosse implicato
Salvatore Montalto (e il futuro avrebbe dimostrato quanto erano fondati i suoi
sospetti) ma nulla poteva fare non potendo sorreggere con prove il suo convincimento.
“Dopo l’ uccisione del Di Cristina veniva fatta circolare la voce che
questi era stato ucciso perchè confindente dei carabinieri. In realtà, era
stato eliminato in quanto uno dei maggiori esponenti dell’ ala moderata di Cosa
Nostra. “Gli ulteriori omicidi di Boris Giuliano, di Cesare Terranova e di
Pier Santi Mattarella, come il Buscetta apprendeva da Salvatore Inzerillo,
venivano decisi dalla commissione sempre all’ insaputa dello stesso Inzerillo,
di Stefano Bontade e di Rosario Riccobono (si noti che, in questa fase, Rosario
Riccobono è apparentemente alleato di Bontade ed Inzerillo) è ciò ovviamente,
allargava ancora di più il solco tra Bontade e Inzerillo da un lato, e la
commissione dall’ altra. “Infine, il 4-5-1980 veniva commesso l’ omicidio
del capitano dei cc. Emanuele Basile, voluto dai corleonesi con la supina
acquiescenza della commissione. Basta por mente ai tre personaggi coinvolti
nell’ omicidio (assolti inopinatamente alla Corte di Assise di Palermo ma di
certo responsabili dell’ omicidio, secondo le motivate e plausibili
dichiarazioni di Buscetta), per rendersi conto della falsità delle affermazioni
di Michele Greco al Bontade circa la sua estraneità al crimine, nonchè della
rappresentatività del terzetto. Infatti, Puccio Vincenzo è “uomo d’
onore” della famiglia di Michele Greco (Ciaculli), Giuseppe Madonia fa
parte della famiglia di Resuttana ed Armando Bonanno di quella di San Lorenzo.
Attraverso l’ identificazione degli autori materiali, dunque, si ha una
formidabile conferma, ove ve ne fosse stato bisogno, dell’ attendibilità delle
dichiarazioni del Buscetta. “La reazione degli organi statuali, purtroppo,
si dirige verso direzione opposta rispetto a quella degli ambienti mafiosi che
hanno ideato ed eseguito il crimine. Difatti, dopo pochissimi giorni dalla
uccisione del Basile, vengono denunciate alla magistratura 55 persone, tutte
della famiglia di Salvatore Inzerillo e comunque estranee alla decisione di
uccidere il capitano Basile. “Ancora una volta, dunque, l’ Inzerillo subiva,
come per l’ omicidio Di Cristina, il danno di azioni che, non solo non erano
state volute da lui, ma che costituivano gran nocumento del suo prestigio. Da
qui la sua decisione di uccidere Gaetano Costa, Procuratore della Repubblica di
Palermo, Capo, cioè, dell’ Ufficio cui era stato presentato, per la ratifica
dell’ operato della Polizia, il rapporto contro i membri del suo clan. “A
Buscetta, nel frattempo rientrato a Palermo (essendosi allontanato da Torino
dove era stato ammesso al regime di semilibertà), tutti quanti, compreso lo
stesso interessato, confermavano che la decisione di uccidere Costa era stata
adottata, senza alcun avallo dalla commissione ed all’ insaputa della stessa,
dal solo Salvatore Inzerillo, per dimostrare che anch’ egli, come e più dei
corleonesi, era in grado di poter fare eseguire un omicidio eclatante. UN CORO
CONTRO INZERILLO: ‘ BAMBOCCIO’ Ed era un coro unanime che l’ Inzerillo si era
comportato da “bamboccio” avendo commesso un omicidio così grave solo
per un’ affermazione di prestigio. “Ed è proprio sconsolante constatare
che un galantuomo, fedele servitore dello Stato, sia stato ucciso solo per
turpi calcoli di tornaconto personali, per meschini giochi di potere.
“Anche la posizione di Stefano Bontade era assai precaria: egli infatti
confidava poi al Buscetta che il fratello Giovanni lo metteva in cattiva luce
con gli altri componenti della commissione, ed in particolare con Michele
Greco, fatto, questo, confermato anche da Pippo Calò. Siffatto comportamento
non poteva non indebolire la posizione di Stefano Bontade essendosi fatto
sapere ai suoi avversari che il suo potere di capo non era poi così solido se
perfino suo fratello lo criticava apertamente con estranei. “Non si ha
ancora la certezza che Giovanni Bontade fosse partecipe del disegno di
eliminazione del fratello Stefano e di tanti altri – ed in effetti ripugna
pensare che il suo grado di abiezione fosse giunto a tale livello – però, è un
fatto che, come “uomo d’ onore”, egli non poteva ignorare a quali
rischi esponeva il fratello Stefano, parlandone male agli avversari: ed è un
fatto anche che il Bontade, detenuto fin da epoca anteriore all’ omicidio del
fratello, ha sempre dichiarato di non temere per la sua incolumità all’ interno
dell’ Ucciardone e che diversi detenuti hanno confermato che egli convive
tranquillamente, senza alcun apparente disagio, con membri delle famiglie cui è
da ascrivere la responsabilità per l’ assassinio del fratello. “E’ proprio
in questo momento così delicato che avviene il rientro del Buscetta a Palermo.
Il suo carisma e il fatto di non essere stato coinvolto in precedenti alleanze,
lo rendevano particolarmente appettibile ad entrambi gli schieramenti quale
elemento rappresentativo da utilizzare per convincere con il suo prestigio gli
incerti in previsione di uno scontro che si preannunciava terribile. “E
così Pippo Calò, da tempo, ormai mimetizzatosi a Roma dove aveva acquistato,
anche in virtù della sua alleanza coi corleonesi, grandissimo peso e
inquietanti collegamenti col mondo imprenditoriale e politico, lo voleva
immediatamente con sè e, dopo di averlo del tutto dimenticato negli otto lunghi
anni della carcerazione, gli offriva condizioni assolutamente privilegiate ed
ingenti guadagni derivanti dal traffico di stupefacenti e da altre illecite
attività. “Dal canto suo Stefano Bontade – del quale da tempo il Buscetta
era fervido ammiratore, riconoscendogli di essere il migliore interprete della
mafia di un tempo, non esitava a confidargli di essere pronto ad uccidere
personalmente Salvatore Riina in una riunione della commissione, per dichiarare
poi, a tutti, i motivi del suo gesto; gli confidava altresì che Salvatore
Inzerillo era dalla sua parte e che anche Antonino Salomone, impegnato ad
aiutarlo nel suo proposito, gli aveva promesso che si sarebbe schierato dalla
sua parte ove egli fosse riuscito ad uccidere il Riina; ed infatti, il
Salomone, avendo come vice della sua famiglia Bernardo Brusca, uno dei più fidi
alleati dei corleonesi, era tutt’ altro che tranquillo sulla propria sorte, anche
per la sua parentela con “cicchitteddu”, profondamente inviso ai
corleonesi. Il Buscetta, però, da fine intenditore dei fatti di Cosa Nostra, si
rendeva immediatamente conto che l’ impresa del Bontade era disperata e, dopo
avere tentato la riappacificazione tra il predetto e Salvatore Inzerillo con
Pippo Calò, facendoli incontrare a Roma, decideva di estraniarsi dalla vicenda
e partiva definitivamente per il Brasile nei primi giorni del gennaio 1981. A tal riguardo si
ricordi, a conferma delle dichiarazioni di Buscetta, che già nel gennaio 1981,
Eric Charlier, trafficante internazionale di stupefacenti, aveva riferito – per
averlo appreso da Francesco Mafara (uno di coloro che poi sarebbero stati fatti
scomparire dai corleonesi) – che era in preparazione uno scontro all’ interno
della mafia e che il Mafara gli aveva chiesto armi. UN “UOMO D’
ONORE” DI STAMPO ANTICO “Nel marzo 1981 veniva fatto scomparire
Giuseppe Panno, vecchio capo famiglia di Casteldaccia e “uomo d’
onore” di stampo antico che, disgustato dalla piega che avevano preso gli
avvenimenti e dell’ imbarbarimento di Cosa Nostra, aveva rifiutato di
riprendere in seno alla Commissione il posto che aveva ai tempi di
“cicchitteddu”; è evidente che la sua autorevole presenza avrebbe
costituito serio ostacolo al disegno dei Corleonesi e dei loro alleati di
eliminare gli avversari. “Il 23 aprile 1981, la sera del suo compleanno,
Stefano Bontade veniva ucciso in un proditorio agguato, dopo che Pietro Lo
Iacono, recatosi a casa sua con la scusa di fargli gli auguri, aveva appreso
dallo stesso Bontade che stava per recarsi nella casa di campagna e, così,
aveva avvertito Lucchese Giuseppe che attendeva in macchina sotto casa e che,
per mezzo di una ricetrasmittente, aveva avvisato a sua volta, gli assassini acquattati
nei pressi della casa. “La ricostruzione dell’ omicidio – riferita al
Buscetta in Brasile da Antonino Salomone dopo che quest’ ultimo era venuto a
Palermo per informarsi dell’ omicidio stesso – è la chiarissima dimostrazione
del tradimento subito dal Bontade ad opera del suo stesso vice (Pietro Lo
Iacono) e del coinvolgimento di tutta la commissione (Lucchese Giuseppe
appartiene alla famiglia di Ciaculli). L’ INCONTRO GALANTE, L’ AGGUATO MORTALE
La preoccupazione del Buscetta per la sorte dell’ Inzerillo dopo l’ uccisione
del Bontade, non era certamente infondata, ma il Salamone gli riferiva che egli
stesso e Salvatore Riina avevano affidato allo Inzerillo una partita di 50 kg. di eroina affinchè l’
inoltrasse negli Usa attraverso i propri corrieri, per cui l’ Inzerillo non
temeva per la sua uccisione almeno fino a quando non avesse pagato tale
partita. Ma i suoi calcoli erano infondati. “Infatti, l’ 11-5-1981, anch’
egli cadeva in un agguato davanti allo stabile di via Brunelleschi, 50 ucciso
dalle stesse armi che avevano eliminato Bontade (vedi perizia balistica). Come
è stato riferito al Buscetta da Antonino Salomone, anche nell’ omicidio dell’
Inzerillo i Montalto sono implicati in prima persona. L’ Inzerillo si era
recato in quello stabile, per un appuntamento galante, in compagnia di Giuseppe
Montalto, figlio di Salvatore, il quale aveva avvertito i killers. Va
considerato, poi, che l’ Inzerillo, appena pochi giorni prima di essere ucciso,
si era procurato un’ autovettura blindata e che gli assassini la sera prima
dell’ attentato avevano provato l’ efficacia perforante dei micidiali
kalashnikov sui vetri corazzati della gioielleria Contino. Ora, il fatto che
gli avversari dell’ Inzerillo fossero venuti a conoscenza in un brevissimo
lasso di tempo, dell’ acquisto di un’ autovettura blindata da parte del
predetto, è segno inequivoco che l’ Inzerillo aveva dei traditori in seno alla
propria famiglia, perchè solo chi gli era vicino poteva venire a conoscenza di
un fatto tanto riservato in un tempo tanto breve. “Dopo questi due
omicidi, si scatenava la caccia a tutti coloro che dovevano essere eliminati o
perchè fedeli ai due uccisi o perchè ritenuti traditori o perchè ostacolavano i
disegni egemonici della fazione vincente o, comunque, perchè erano rei, agli
occhi dei loro avversari, di qualche torto che era giunto il momento di
vendicare. E così, il 26 maggio 1981, scomparivano contemporaneamente Di Franco
Giuseppe (autista di Stefano Bontade), i fratelli Angelo e Salvatore Federico e
Girolamo Teresi. I tre ultimi, tutti della famiglia di Stefano Bontade, erano
stati invitati unitamente ad Emanuele D’ Agostino da uno dei Pullarà e da Lo
Iacono Pietro ad incontrarsi con loro per discutere la situazione conseguente
all’ omicidio di Stefano Bontade; il D’ Agostino, subdorante il tranello, si
rifugiava in casa di Rosario Riccobono, ritenendolo suo amico, mentre gli altri
andavano all’ incontro, venendo spietatamente soppressi. Anche il D’ Agostino,
il quale aveva confidato al Riccobono l’ intenzione del Bontade di uccidere il
Riina, veniva eliminato dallo stesso Riccobono che informava di tutto la
commissione. E così, gli avversari di Bontade e Inzerillo, che fino a quel
momento non avevano alcun plausibile motivo per giustificare la soppressione
dei due, ricevevano legittimazione del loro operato per l’ ingenuità di
Emanuele D’ Agostino. “In seguito venivano commessi gli omicidi di
Severino Vincenzo e Salvatore (28-5-1981), scomparsi anch’ essi senza lasciare
tracce; Gnoffo Ignazio (15-6-1981), fedelissimo di Stefano Bontade (nella cui
famiglia aveva militato a lungo prima di essere autorizzato dalla Commissione a
ricostruire la famiglia di Palermo Centro), Di Noto Francesco (9-6-1981) a
lungo reggente della famiglia di Corso dei Mille, evidentemente ritenuto amico
del “traditore” Pietro Marchese, come appresso si dirà, Di Fazio
Giovanni (9-8-1981), Mazzola Emanuele (5-10-1981), Mazzola Paolo (6-2-1982) di
cui ha parlato anche Sinagra Vincenzo, Mafara Giovanni (14-10-1981), Mafara
Francesco (14-10-1981), Grado Antonino (14-10-1981), Rugnetta Antonino
(8-11-1981), di cui hanno parlato anche Stefano Calzetta e Sinagra Vincenzo -,
Grado Antonino (9-1-1982) – zio del primo -, Teresi Francesco Paolo (8-1-1982),
– cugino di Teresi Girolamo e suo socio in affari – Di Fresco Giovanni
(8-1-1982) Di Fresco Francesco (12-3-1982), Sanfilippo Vincenzo (30-9-1982). Un
discorso a parte merita, per la sua inaudita ferocia, l’ uccisione di Stefano
Pecorella e di Giuseppe Inzerillo, figlio di Salvatore, appena sedicenne. Come
Buscetta ha appreso da Gaetano Badalamenti, Pino Greco
“scarpazzedda”, prima di uccidere Giuseppe Inzerillo, gli aveva
tagliato un braccio, dicendogli con scherno: “Con questo braccio tu non
ucciderai più Totò Riina!”. “Veniva fatto scomparire anche Di Gregorio
Salvatore, un povero giovane che aveva avuto il coraggio di riferire alla
polizia quanto era a sua conoscenza sulla presenza mafiosa a Ciaculli di
Michele Greco e dei suoi accoliti nonchè sulle modalità dell’ uccisione di
Stefano Bontade. “Inzerillo Pietro, fratello di Salvatore, veniva poi
ucciso il 22-1-1982 a
New York e, anche stavolta per derisione, il cadavere veniva fatto trovare in
un portabagagli con dollari in bocca e nei genitali. “Venivano uccisi
inoltre, Greco Salvatore, padre di Giovannello (21-7-1982) e D’ Agostino
Ignazio (11-1-1982), padre di quel D’ Agostino Rosario, in atto detenuto,
ritenuto autista di Franco Mafara e arrestato con Vincenzo Grado nella villa di
quest’ ultimo sita in Besano. “Contorno Salvatore era un altro dei perseguitati
con maggiore accanimento. Ritenuto giustamente uno dei più fidi collaboratori
di Stefano Bontade e uomo “d’ azione”, cadeva in un agguato il
15-6-1981, ma grazie alla prontezza dei suoi riflessi e rispondendo al fuoco,
riusciva a darsi alla fuga. Da allora e fino al suo arresto, venivano commessi
numerosi efferati omicidi di parenti ed amici del Contorno al solo scopo di
stanare quest’ ultimo e senza che gli uccisi fossero in alcun modo coinvolti
nelle attività del medesimo. “Così, venivano uccisi Costanzo Giovanni
(9-10-1981), Cinà Giacomo (24-7-1982), Mandalà Pietro (3-10-1981), Mandalà
Francesco (5-4-1982); Patricola Francesco (2-10-1981), Spitalieri Salvatore
(15-4-1982), Zarcone Salvatore (12-11-1983), Amodeo Paolo (27-12-1983), Amodeo
Giovanni (16-3-1983), Vitale Antonino (9-10-1981), Ienna Michel (8-1-1982),
Bellini Calogero (16-3-1983), Pesco Vincenzo (17-3-1983), Corsino Salvatore
(17-4-1982). Anche nei confronti di Pietro Marchese – Corso dei Mille – e di
Giovannello Greco – Ciaculli -, ritenuti “traditori” perchè amici di
Salvatore Inzerillo e probabilmente suoi alleati, si scatenava la persecuzione.
“Il 9-6-1981, a
Palermo veniva ucciso, come si è detto, Franco Di Noto, per lungo tempo
reggente la famiglia di Corso dei Mille e ciò veniva esattamente interpretato
da Giovannello Greco e da Pietro Marchese come inequivoco segnale anche nei
loro confronti, per cui si davano a precipitosa fuga con le loro mogli e con
Antonio Spica, un rapinatore che gravitava su Milano ed era amico dei Greco. La
loro fuga veniva bloccata a Zurigo dove venivano arrestati, mentre stavano
imbarcandosi su un aereo diretto in Brasile, perchè trovati in possesso di
banconote provenienti dai sequestri Susini ed Armellini e di documenti falsi.
Estradati in Italia il Greco, cui il G.I. di Milano concedeva la libertà
provvisoria, si rendeva immediatamente irreperibile, mentre il Marchese,
tradotto nel carcere dell’ Ucciardone perchè imputato dell’ omicidio di Boris
Giuliano, veniva ucciso da altri detenuti il 25-2-1982. “Il 22-2-1983
veniva ucciso anche Giuseppe Marchese fratello di Pietro. TRADITI DAL DENARO,
“GIUSTIZIATI” IN UNA CELLA “Per l’ omicidio di Pietro Marchese
sono stati già rinviati a giudizio oltre agli autori materiali, anche Michele
Greco ed il fratello Salvatore: bisognerà procedere adesso anche contro gli
altri correi, essendo di tutta evidenza, anche alla stregua di quanto
dichiarato dal Buscetta, che trattasi di un omicidio strettamente connesso con
quelli di Inzerillo e Bontade. “Anche su Antonio Spica posto in libertà
provvisoria dal G.I. di Milano, si abbatteva la vendetta. Infatti, dopo essere
sfuggito miracolosamente ad un attentato nel quale veniva ucciso il suo amico
Pietro Romano, lo Spica veniva trovato ucciso a colpi di pistola e carbonizzato
in una pubblica discarica di quella città. Anche per questi due omicidi,
dunque, deve procedersi contro gli stessi imputati di quello di Pietro
Marchese. “E’ da notare che l’ amica dello Spica (Hayed Hafida Bent
Mohamed) rimasta a Palermo dopo l’ improvvisa fuga di quest’ ultimo, veniva
sequestrata e violentata affinchè rivelasse il nascondiglio dell’ amico e di
Giovannello Greco e veniva interrogata da una persona anziana dall’ accento
napoletano. “Anche nei confronti di Gaetano Badalamenti e dei suoi familiari
ed amici si scatenava la furia omicida e sanguinaria dei suoi avversari.
“Il 19-8-1981, veniva ucciso proditoriamente, in virtù dell’ intervento di
Rosario Riccobono, Antonino Badalamenti che aveva ottusamente accettato la
reggenza della famiglia di Cinisi, dopo l’ espulsione da “Cosa
Nostra” del cugino Gaetano. Egli, pur nutrendo profonda avversione verso
il cugino, non avrebbe mai consentito che venisse ucciso e tanto meno avrebbe
cooperato per la sua uccisione; la sua presenza a Cinisi, pertanto, costituiva ormai
un ostacolo per gli avversari di Gaetano Badalameti; successivamente veniva
ucciso anche Stefano Gallina, della famiglia di Antonino Badalamenti.
“Nell’ agosto 1982, Gaetano Badalamenti si recava in Brasile per tentare
di convincere il Buscetta ad allearsi con lui onde sconfiggere i corleonesi.
Stranamente, prima dell’ arrivo in Brasile del Badalamenti (che avrebbe dovuto
essere segretissimo), il Salomone avvertiva telefonicamente il Buscetta che
Badalamenti avrebbe cercato di contattarlo in Brasile e che ciò avrebbe
comportato graviproblemi. Ed infatti, nonostante che Buscetta avesse comunicato
al Badalamenti la sua indisponibilità per qualsiasi tentativo di ribaltare la
situazione mediante il ricorso alla violenza, puntuale si scatenava la reazione
degli avversari. “L’ 11-9-1982, venivano fatti sparire per rappresaglia a
Palermo Benedetto e Antonio Buscetta, figli di Tommaso ed il 19-11-1982, veniva
ucciso Salvatore Badalamenti, figlio di Antonino, un ragazzo di appena
diciassette anni. “E la strage continuava il 2-6-1983 con l’ uccisione a
Marsala, di Silvio Badalamenti, nipote di Gaetano, sul conto del quale l’
istruttoria non aveva consentito di accertare alcun coinvolgimento nelle
imprese dello zio. Successivamente, il 21-11-1983, veniva ucciso nell’ ospedale
di Carini dove era ricoverato, un fedelissimo di Gaetano Badalamenti, Natale
Badalamenti e il febbraio 1984, veniva ucciso in Germania il figlio di quest’
ultimo, Agostino. “Il Buscetta ha riferito di non aver incontrato nè il
Brasile, nè altrove Giovannello Greco e non vi è motivo per dubitare dell’
attendibilità di tale affermazione. E’ sicuro però che Giovannello Greco si è
recato in Brasile in quanto è stato accertato che a fine marzo 1984, è partito
da Rio de Janeiro in aereo, diretto a Madrid sotto il falso nome di Perez
Silva. Certamente questa sua partenza è collegata con quella di Gaetano
Badalamenti ove si consideri che nei primi giorni dell’ aprile 1984, quest’
ultimo è stato arrestato a Madrid, proveniente da Rio. 1982-1983: LA CARNEFICINA
CONTINUA VINCENTI E PERDENTI UN MARE DI SANGUE IN CAMBIO DEL POTERE
“Sembra certo, comunque, che Giovannello Greco e Badalamenti meditassero
una clamorosa azione contro i loro avversari. Già dalle dichiarazioni di
Stefano Calzetta risulta che il 25-12-1982, vi era stata una
“rufiata” ai Ciaculli e, cioè, che Giovanneto Greco e Giuseppe Romano
inteso “l’ americano” avevano sparato a Pino Greco
“scarpazzedda” senza riuscire ad ucciderlo. La reazione era immediata
e di una ferocia inaudita. “Il 26 dicembre 1982 (e, cioè, il giorno
successivo) venivano uccisi Ficano Gaspare e Michele (Fratello e padre della
convivente Giovannello Greco) e, con la stessa arma, Genova Giuseppe, D’ Amico
Antonio e D’ Amico Orazio (rispettivamente genero e nipoti di Tommaso Buscetta)
e, il 29-12-1982, Buscetta Vincenzo e Benedetto di Vincenzo (rispettivamente,
fratello e nipote di Tommaso Buscetta), infine, l’ 8-2-1983, venivano uccisi a
Fort Lauderdale (Miami) Romano Giuseppe (l’ americano) e Tramontana Giuseppe.
Il Buscetta ha sostenuto, con dovizia di argomenti, di essere estraneo al
tentativo di omicidio contro Pino Greco “scarpazzedda” e le sue
argomentazioni sembrano plausibili; è ovvio, tuttavia, che i suoi avversari si
fossero formati un convincimento opposto a causa della presenza fra gli
attentatori di Romano Giuseppe, amico di Giuseppe Tramontana, da tempo
collegato al Buscetta in indagini giudiziarie. “Di altri omicidi hanno
parlato Vincenzo Sinagra e Stefano Calzetta e le loro dichiarazioni,
riscontrate attendibili in numerosi punti di decisiva importanza, sono state
più volte vagliate dal tribunale della libertà con esito positivo. Qui va
ricordato un altro importante elemento di riscontro delle dichiarazioni del
Sinagra, acquisito ricentemente: nel luogo da lui indicato, dove venivano
consumati gli omicidi per soffocamento ordinati e spesso eseguiti da Filippo
Marchese, è stata rinvenuta una corda nella quale sono state riscontrate, con
apposita perizia, formazioni pilifere di natura umana, appartenenti a tre diverse
persone. “Va sottolineato, altresì, che le dichiarazioni del Calzetta e
del Sinagra, rese da persone cioè che occupavano un gradino molto basso nella
gerarchia mafiosa della famiglia di corso dei Mille (il Calzetta addirittura ne
era ai margini), non potevano che riguardare prevalentemente fatti della loro
“famiglia” da essi vissuti o notati direttamente. “Gli omicidi
su cui hanno riferito Calzetta e Sinagra, riguardano: 1) Ambrogio Giovanni
(11.3.1981) 2) Benfante Giovanni (5.2.1983) 3) Calabria Agostino (9.10.1981) 4)
Mineo Filippo (4.10.1982) 5) Sciardelli Giulio (24.8.1982) 6) Scalici Gaetano
(19.10.1982) 7) Lo Iacono Carmelo (6.6.1982) 8) Buscemi Rodolfo e Rizzuto
Matteo (26.5.1982) 9) Buscemi Giuseppe (tentato omicidio) (5.4.1976) 10)
Buscemi Salvatore (5.4.1976) 11) Fallucca Giovanni e Lo Verso Maurizio
(1.8.1981) 12) Fiorentino Orazio (6.9.1981) 13) Finocchiaro Giuseppe
(24.9.1981) 14) Giaccone Paolo (11.8.1982) 15) Gennaro Diego (12.4.1981) 16)
Ingrassia Domenico (31.7.1981) 17) Manzella Cesare e Pedone Ignazio (7.8.1982)
18) Migliore Antonino (2.6.1982) 19) Peri Antonino (6.6.1982) 20) Ragona Pietro
(27.7.1982) 21) Tagliavia Gioacchino (28.8.1981) 22) Pinello Francesco
(7.8.1982) 23) Sparacello Giacomo (1.8.1981) 24) Mazzola Paolo (6.2.1982) “Per
tali omicidi – nella maggior parte attinenti a vicende interne della
“famiglia” di Corso dei Mille – è sufficiente richiamarsi a quanto
già si è esposto nelle motivazioni dei relativi provvedimenti di cattura,
essendo questo mandato, per la parte che riguarda tali delitti, meramente
riepilogativo. “Occorrono, però, le seguenti precisazioni. “Per l’
omicidio di Buscemi Rodolfo e Rizzuto Matteo, va attribuita la responsabilità
anche ad Argano Gaspare, giuste le ulteriori attendibili precisazioni dell’
imputato Sinagra Vincenzo. “Una particolare attenzione merita l’ omicidio
del prof. Paolo Giaccone, stimatissima figura di professionista, che è stato
ucciso soltanto perchè incaricato di svolgere dall’ Autorità Giudiziaria una
perizia sulle impronte papillari rinvenute nell’ autovettura utilizzata dagli
esecutori dell’ omicidio di Valvola Onofrio ed altri; da tali perizie sono
emersi sicuri elementi di identificazione per Marchese Giuseppe, figlio di
Vincenzo. “L’ omicidio del Prof. Giaccone appare particolarmente significativo
perchè dimostra, da un lato, il grado di abiezione morale raggiunto da
“cosa nostra” e dalla “famiglia” di Filippo Marchese, dall’
altro, ove ve ne fosse stato bisogno, la terribile efficacia intimidatrice di
questa organizzazione, che non ha esitato ad uccidere un galantuomo nel
tentativo di evitare la giusta punizioni per i biechi assassinii commessi.
“Nel corso della presente istruttoria un altro valoroso medico-legale, cui
era stato affidato l’ espletamento di un incarico peritale, è stato gravemente
minacciato sì da indurre questo ufficio, per evidenti motivi di opportunità, a
sostituirlo con altro professionista non residente a Palermo. Lo stesso
professionista aveva subito analoghe minacce nel corso di espletamento di altro
incarico peritale affidatogli durante l’ istruttoria relativa all’ omicidio del
capitano Basile. “Di altri omicidi conviene trattare separatamente, per la
peculiarità dei moventi che li sorreggono: A) “Sull’ omicidio del
maresciallo Sorino ucciso a San Lorenzo (Palermo) il 10.1.1974, Tommaso
Buscetta ha rivelato che Filippo Giacalone, capo di quella famiglia ed accusato
del delitto, aveva riferito a Stefano Bontate, essendo entrambi in stato di
detenzione, di essere completamente estraneo al crimine e che, una volta rimesso
in libertà, avrebbe accertato chi ne era l’ autore. Poi, durante la permanenza
a Palermo nel 1980, Stefano Bontate gli aveva detto di aver appreso da Filippo
Giacalone che esecutore materiale del delitto era stato Leoluca Bagarella su
mandato dei Corleonesi; ciò, secondo il Bontate, era un altro dei gravissimi
affronti fatti dai corleonesi e l’ uccisione del Sorino, compiuta nel
territorio del Giacalone, aveva lo scopo di mettere in difficoltà quest’ ultimo
con l’ Autorità Giudiziaria in modo da renderne possibile la sostituzione.
Trattasi della solita, collaudata tattica dei corleonesi per consentire di
eliminare un personaggio che essendo troppo vicino a Stefano Bontate e
controllando una parte strategica della Piana dei Colli, impediva il pieno dominio
della zona ai corleonesi ed ai loro alleati. Ed è un fatto che, nel 1981,
Filippo Giacalone è scomparso anche sei suoi familiari sostengono
inattendibilmente di sentirlo telefonicamente, ogni tanto. B) “Gli omicidi
di Antonino e Carlo Sorci (12.4.1983) e di Francesco Sorci (5.6.1983), traggono
la motivazione in fatti risalenti a tempi ormai lontani e dimostrando il grado
di corrività e l’ inesauribile sete di vendetta dei corleonesi, in una con lo
stato di soggezione e di supina acquiescenza di tutta la commissione ai voleri
di questi ultimi. “Nino Sorci era stato socio di una società finanziaria
(Isep, poi denominata Cofisi) insieme con Angelo Di Carlo, inteso il
“capitano”, originario di Corleone; Luciano Leggio, sostenendo che il
Di Carlo era uno sbirro, pretendeva dal medesimo il pagamento della
“tangente”, fin quando il Di Carlo, stanco delle angherie del Leggio,
ne informava il socio Nino Sorci, il quale otteneva l’ intervento del capo
della commissione di allora, Greco Salvatore detto “cicchitteddu”;
questo ultimo ingiungeva al Leggio nè molestare il Di Carlo e, sia pure a
malincuore, doveva obbedire. Questo è l’ unico motivo, secondo il Buscetta, che
poteva indurre i corleonesi ad eliminare i Sorci, che si erano mantenuti
rigorosamente neutrali nello scontro in questione. Comunque, è certo che l’
uccisione dei suddetti Sorci – uno dei quali era rappresentante della famiglia
di Villagrazia e l’ altro capo mandamento – non poteva che essere decisa da
tutta la commissione. C) “Sugli omicidi di Alfio Ferlito e dei cc. di
scorta e di Carlo Alberto dalla Chiesa e della moglie e dell’ agente Domenico
Russo, e già nel mandato di cattura del 9 luglio 1983 contro Greco Michele ed
altri, erano state esposte le risultanze istruttorie, anche dinatura obiettiva
(perizia balistica), che dimostravano come gli stessi autori degli omicidi di
Inzerillo e Bontate fossero responsabili anche di questi assassinii, motivati,
il primo, da un contrasto fra Ferlito e Santapaola, il quale, collegato coi
corleonesi, aveva ottenuto dalla mafia palermitana l’ eliminazione del suo
avversario e, quindi, aveva restituito il favore cooperando nell’ eliminazione
di Dalla Chiesa. “Tali considerazioni, in oltre un anno di approfondita
istruttoria, hanno ricevuto importanti conferme (si ricordino le confidenze
fatte a Bou Chebel Ghassan da Rabito a Scarpisi, i quali, nel richiedere la
fornitura di armi per i Greco, sostenevano che vi era il bisogno di cambiare le
stesse per ogni omicidio; evidentemente, i risultati della perizia sulle armi avevano
impartito la lezione!); in ultimo, le dichiarazioni di Tommaso Buscetta, anche
sul punto estremamente precise, hanno fornito validissimo riscontro delle prove
già acquisite. Tali notizie, importanti perchè acquisite dal Buscetta
direttamente da Gaetano Badalamenti, uno dei più profondi conoscitori dei fatti
di Cosa Nostra, sono del seguente tenore: Alfio Ferlito era stato ucciso per
rendere un favore a Nino Santapaola, capo della famiglia dei Catania e
strettamente collegato coi corleonesi (Si ricordi che Giuseppe Calderone,
precedente capo della famiglia di Catania, era, invece, collegato e compare di
Giuseppe Di Cristina, nemico dichiarato dei Corleonesi e che Alfio Ferlito era
strettamente legato a Salvatore Inzerillo. Attraverso l’ omicidio del Ferlito,
dunque, non soltanto si rendeva un favore al Santapaola, ma si eliminava un
grosso personaggio mafioso che, per la sua trascorsa amicizia con Salvatore
Inzerillo, era tutt’ altro che favorevole allo strapotere degli avversari di
quest’ ultimo, che ne avevano decretato la morte. NELL’ ESECUZIONE DEL PREFETTO
FURONO IMPIEGATI I CATANESI CHE A PALERMO ERANO SCONOSCIUTI MA I CORLEONESI
UCCISERO DALLA CHIESA Dalla Chiesa era stato ucciso dai corleonesi, che avevano
reagito alla sfida contro la mafia lanciata dal Prefetto di Palermo; peraltro –
fatto veramente grave ed inquietante – qualche uomo politico della mafia si era
sbarazzato di Dalla Chiesa divenuto troppo ingombrante. Nell’ esecuzione dell’
assassinio erano stati impiegati anche i catanesi perchè occorrendo muoversi in
pieno centro cittadino, era preferibile utilizzare, almeno in parte, volti
nuovi non identificabili dei palermitani. “Come si può notare, la
ricostruzione dei moventi e dei mandanti, almeno fino ad un certo livello,
dell’ omicidio, è stata pienamente confermata dalle suddette dichiarazioni e
vengono offerti utili spunti per ulteriore appronfondimento dell’ istruttoria.
Quello che è certo, comunque, è che l’ intero gruppo di mafia che aveva
eliminato Bontate ed Inzerillo è coinvolto anche negli omicidi di Ferlito e
Dalla Chiesa. (D) “Gli omicidi di Nunzio La Mattina (24.1.1983) e del
cognato Francesco Lo Nigro (15.2.1983) sono da ascrivere senz’ altro alla
commissione. “Il La Mattina, membro di spicco della famiglia di Porta Nuova,
era stato prima uno dei vertici del contrabbando di tabacchi, e poi, uno degli
elementi di maggior spicco nel traffico di stupefacenti. Anzi, secondo il
Buscetta, era stato proprio il La Mattina ad iniziare il traffico della morfina
base con il medio-oriente e la creazione in Sicilia di laboratori per la
produzione di eroina. “La sua uccisione e quella del cognato, di cui
finora non sono stati accertati i motivi specifici, è comunque da ascrivere a
decisione della commissione, molto probabilmente per questioni ricollecabili al
traffico di stupefacenti. Al riguardo, è agevole rilevare che se non vi fosse
stata unanimità di consensi nell’ uccisione dei due, la reazione della famiglia
di Porta Nuova, diretta da Pippo Calò (alleato dei corleonesi), sarebbe stata
violentissima. E tale conclusione è avvalorata dal fatto che – come ha riferito
Stefano Calzetta – nell’ omicidio del cognato di La Mattina, Francesco Lo
Nigro, sono coinvolti Paolo Alfano e Pietro Senapa, membri della famiglia di
corso dei Mille, alleata di quella di Pippo Calò. (E) “Sono da ricollegare
senz’ altro alle vicende della “guerra di mafia” gli omicidi di Mineo
Antonino (12.11.1981) e Mineo Giuseppe (22.5.1982). Gli stessi erano fratelli
di Mineo Settimo, indicato dal Buscetta quale uomo d’ onore della famiglia di
Pagliarelli, una delle famiglie schieratesi contro Stefano Bontate, il quale,
come è stato riferito dal Buscetta, nutriva profonda avversione per l’ elemento
di maggior spicco di tale famiglia, Antonio Rotolo, inteso Roberto. Valgono per
tali omicidi le considerazioni già espresse per quelli di La Mattina e Lo Nigro
e va soggiunto che, almeno nel secondo omicidio, la vittima designata era Mineo
Settimo, il quale però, riusciva a sfuggire all’ agguato. (F) “L’ omicidio
dell’ agente Calogero Zucchetto, consumato il 14.11.1982, costituisce un altro
crimine efferato, senz’ altro addebitabile alla “commissione”. Lo
Zucchetto, intelligente ed abile agente addetto alla sezione investigativa
della Squadra Mobile di Palermo, aveva ccntribuito in modo decisivo all’
arresto di Montalto Salvatore e lo aveva anche riconosciuto nel corso di
pedinamenti in compagnia del famigerato Pino Greco Scarpazzedda. Ciò
costituisce eloquente ulteriore dimostrazione delle dichiarazioni di Tommaso
Buscetta secondo cui uno dei maggiori responsabili dell’ omicidio di Salvatore
Inzerillo è proprio Salvatore Montalto, che lo aveva tradito per allearsi con
gli avversari del predetto. Ed è sintomatica conferma delle dichiarazioni del
Buscetta il fatto che il Montalto sia stato arrestato proprio in un giardino di
Villabate, zona della quale è divenuto “capo famiglia” dopo l’ esito
vittorioso della guerra di mafia. “In ultimo lo Zucchetto, pochi giorni
prima dell’ arresto del Montalto, aveva incrociato mentre era in servizio due vetture
che si dirigevano verso l’ abitazione del predetto, a bordo delle quali aveva
riconosciuto Mario Prestifilippo e Pino Greco Scarpazzedda ed aveva riferito ad
un funzionario della Squadra Mobile, che sicuramente anch’ egli era stato
riconosciuto a sua volta. “E’ di tutta evidenza, dunque, che Lo Zucchetto
è stato ucciso per il ruolo determinante da lui avuto nell’ arresto di
Salvatore Montalto e, senz’ altro, ha influito nella decisione di ucciderlo il
fatto che il predetto conoscesse bene fin dall’ infanzia sia i Prestifilippo
sia Pino Greco Scarpazzedda, per cui nella mentalità distorta di questi
assassini, è stato giudicato come uno sgarbo intollerabile che una persona del
loro stesso ambiente, non importa se agente di polizia, avesse contribuito all’
arresto di un personaggio tanto importante come Salvatore Montalto. (G)
“Analoghe considerazioni vanno formulate per l’ omicidio del cap. CC.
Mario D’ Aleo, consumato a Palermo il 13 giugno 1983. Questi era stato
destinato al Comando della Compagnia CC. di Monreale, quella stessa, cioè,
comandata dal Cap. Basile. A prescindere dai concreti elementi alla base dell’
omicidio, in corso di approfondimento istruttorio, questo crimine, consumato
pochissimo tempo dopo l’ assoluzione dei responsabili dell’ omicidio Basile e
quando il capitano D’ Aleo era, del pari, da poco tempo, al comando di quella
compagnia, costituisce un’ aperta sfida ai poteri dello Stato; forse finora non
si è sufficientemente considerato che la compagnia CC. di Monreale costituisce
un vero avamposto, poichè il territorio della sua giurisdizione ricomprende
zone (fra cui San Giuseppe Jato ed Altofonte) che costituiscono roccaforte del
potere mafioso dei corleonesi. E’ indubbio, dunque, che di tale omicidio debba
rispondere tutta la commissione, e cioè, il gruppo mafioso prevalso nella
guerra di mafia. “Da queste considerazioni sugli omicidi sopra passati in
rassegna si trae la conseguenza che – a parte i delitti determinati da motivi
particolari, riguardanti singole famiglie e già contestati agli imputati –
tutti quelli che hanno la loro casuale nella logica di sterminio del gruppo dei
fedelissimi di Bontate ed Inzerillo vanno attribuiti non soltanto alla
commissione ma anche a tutti coloro che hanno conseguito maggiori poteri dalla
eliminazione fisica dei predetti. “Un dato fondamentale è da tenere ben
presente al riguardo; la eliminazione di un capofamiglia determina
ordinariamente la reazione violentissima da parte della famiglia di
appartenenza ed una lotta sanguinosa che non si conclude se non quando si
ottenga la piena e completa vendetta o la famiglia non venga annientata; le
vicende del 1963 sulla faida fra la famiglia di La Barbera (Palermo centro) ed
il resto della commissione sono un esempio emblematico di vicende di questo
tipo. “Quando, come nel caso in esame, nessuna reazione avviene da parte
delle famiglie private dei propri rappresentanti, ma anzi personaggi di primo
piano delle stesse acquisiscono cariche di maggior rilievo, si ha la prova
indiscutibile che da parte di costoro si è consumato il più vile dei tradimenti
e che gli omicidi sono stati accuratamente programmati anche col concorso dei
traditori. E di fatti, contrariamente agli avvenimenti del 1963, quelli di cui
ci si occupa costituiscono non già uno scontro fra opposte fazioni, ma lo
sterminio, sistematicamente attuato, di tutti coloro che venivano ritenuti, a
torto o a ragione, infidi e di tutta una moltitudine di persone, uccise solo
per rappresaglie e, comunque, per stanare gli avversari (Salvatore Contorno,
Giovannello Greco, Tommaso Buscetta, Gaetano Badalamenti). “E’ doveroso,
dunque, attribuire tali omicidi, non soltanto ai membri della commissione, ma
anche a coloro che ne hanno tratto vantaggio, essendo sicuro il loro concorso
in tali crimini; e ciò a parte ogni ulteriore positivo riscontro (e ve ne sono
diversi, per esempio, per Pietro Lo Iacono e Salvatore Montalto) sulle concrete
responsabilità di uno o più di costoro. “Così, nella famiglia di Villabate
è stato nominato rappresentante Salvatore Montalto, che era vice di Salvatore
Inzerillo nella famiglia di Passo di Rigano e che, apparentemente, era legato a
quest’ ultimo da vincoli fraterni; nella famiglia di S. Maria di Gesù, alla
morte di Stefano Bontate, divengono reggenti Pietro Lo Iacono e uno dei Pullarà;
nella famiglia di Brancaccio, dopo la uccisione di Giuseppe Di Maggio, diviene
capo Giuseppe Savoca; in quella di Uditore, dopo la bufera abbattutasi sugli
Inzerillo, diviene capo Francesco Bonura, che prima era vice e lo stesso dicasi
per quella di Passo di Rigano, il cui posto di capo viene preso, dopo la morte
di Salvatore Inzerillo, da Salvatore Buscemi; per quella di Palermo Centro
(Giovanni Corallo, grande amico di Pippo Calò, al posto di Ignazio Gnoffo);
nella famiglia di Borgo Salvatore Cucuzza non solo è divenuto capo ma ha esteso
la sua influenza anche su altri territori; Bono Giuseppe gode sempre maggiore
prestigio e la sua famiglia non ha subito nessuna perdita e lo stesso vale per
Pietro Vernengo che costituisce uno degli elementi di maggior prestigio della
famiglia di S. Maria di Gesù e che, non solo non ha alzato un dito per
vendicare la morte del suo capo, ma ha continuato ad intessere i suoi loschi
traffici con famiglie come quella di Corso dei Mille e di Partanna, costituenti
punti di forza dei corleonesi. “Solo per mero scrupolo – e pur essendo
convinti che da parte di tutti costoro vi fosse il consenso a compiere tutti i
delitti ritenuti necessari o opportuni per l’ eliminazione degli avversari,
questo ufficio si astiene allo stato dal contestare ai singoli imputati gli
omicidi commessi durante lo stato di detenzione degli stessi, permanendo un pur
minimo dubbio che possono essere stati stabiliti senza il loro consenso. – 4 –
“Quanto si è finora esposto dovrebbe rendere evidente la enormità delle
dimensioni e la estrema pericolosità di “Cosa Nostra”; ma è
necessario effettuare altre precisazioni. Come Buscetta ha efficacemente
sottolineato, non sussistono nè atto costitutivo, nè statuto nè comunque,
regole scritte di questa organizzazione, nè sarà mai possibile trovare elenchi
di associati, nè ricevute di pagamento di quote sociali. E tuttavia si è in
presenza di un’ organizzazione governata da leggi ferree fra cui quella
severissima dell’ omertà che diventa sempre più pericolosa. “Del sorprendente
inserimento di “famiglie” napoletane nella “commissione” di
Palermo si è già detto; ma bisogna tenere ben presenti come altri collegamenti
non meno pericolosi, fra cui quello determinato dall’ Interprovinciale, di cui
ha parlato Tommaso Buscetta. Ed in effetti, i riscontri di tale affermazione
sono innumerevoli. Nel traffico dell’ eroina i collegamenti dei catanesi di
Nitto Santapaola con la famiglia mafiosa di Palermo sono sati ampiamente
verificati e la dimostrazione della saldezza di tali rapporti si è avuta negli
omicidi di Alfio Ferlito e del prefetto Dalla Chiesa. Sui rapporti tra i
Catanesi, Giuseppe Madonna di Vallelunga, Carmelo Coletti di Ribera, Agate
Mariano di Mazara del Vallo, si hanno parimenti elementi di prova
inequivocabili (si vedono le dichiarazioni di Nunzio Salapia, Giuseppe Di
Cristina, Bono Benedetta, gli accertamenti bancari e numerosissimi altri
riscontri tra cui: l’ arresto di Mariano Agate con Nitto Santapaola a
Campobello di Mazara il 13.8.1980, la presenza di Gambino Giacomo Giuseppe e di
Armando Bonanno a Castelvetrano nel 1977 in compagnia di pregiudicati locali).
“Non ci vuol molto, dunque, per rendersi conto che non si è più in
presenza di quelle “spontanee germinazioni” di mafia di cui talora
(per fortuna sempre meno frequentemente) si è favoleggiato, nè di contatti
sporadici e casuali fra organizzazioni con ambito di operatività locale, come è
stato confermato dal Buscetta, di stabili collegamenti fra i vari rami di cosa
nostra, con funzione trainante da parte della commissione di Palermo. “Il
traffico di stupefacenti, poi, ha costituito una spinta formidabile per
rinsaldare i vincoli preesistenti e per crearne di nuovi.

GIUSTIZIA, ALFANO (IDV): “MENTRE IN AULA CAMERA SI INSULTANO, A BRUXELLES SI STUDIA STRATEGIA CONTRO MAFIE IN UE”

PALERMO, 31 MAR. “La maggioranza di governo, se così vogliamo chiamarla, fugge di fronte ai numeri reali e deve smentire quanto affermato ieri da Berlusconi, poichè le istituzioni europee e la società civile tutto vogliono tranne che una norma vergognosa e iniqua come quella del processo breve, che non sarebbe breve nè tantomeno europeo, bensì soltanto ‘sparito’. Mentre ieri nell’aula della Camera volavano insulti e parolacce, a Bruxelles cinquanta procuratori provenienti da 18 direzioni distrettuali antimafia discutevano con procuratori di diverse nazionalità e delle più alte isituzioni europee di una strategia per la lotta al crimine organizzato transnazionale: questo è lavorare per il bene della comunità”.
Lo ha detto Sonia Alfano, europarlamentare di Italia dei Valori e relatrice unica per il Parlamento Europeo del rapporto sulle mafie in Europa. Sonia Alfano, relatrice di una relazione d’iniziativa sulla criminalità organizzata nell’Unione europea che verrà presentata in commissione LIBE il 12 aprile dalla stessa Alfano con due esperti magistrati antimafia, ha ospitato a Bruxelles importanti esponenti della magistratura antimafia, e ai lavori hanno preso parte anche i vertici di Interpol, Europol, Eurojust, Corte dei conti europea, UNODC, BEI, la Commissaria agli Affari Interni Malmstrom e la Presidenza di turno ungherese.
Una due giorni intensissima durante la quale non sono mancati momenti in cui sono state evidenziate le sottovalutazioni della politica italiana: il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia, che ha ricordato l’esigenza di un coordinamento con a capo un procuratore europeo, per esempio, ha sottolineato come “anni di sottovalutazione hanno fatto si che la mafia diventasse quello che è oggi. C’è un vuoto di volontà politica che solo l’Europa può colmare”. D’accordo con lui anche il pm Antonino Di Matteo, che ha sottolineato le capacità di infiltrarsi nel sistema politico e della pubblica amministrazione, ribadendo che in politica l’etica e la morale non possono aspettare sentenze di terzo grado. Il peso economico del crimine organizzato transanzionale e’ stato sottolineato da Scarpinato in una straordinaria analisi del fenomeno: “’La mafia si è adeguata al sistema della domanda e risposta tipica della mondializzazione. Dai servizi al cittadino, come prostituzione e droga, a quelli alle imprese, ad esempio gestione di appalti e smaltimento di rifiuti tossici. Non ci sara’ mercato in Europa se non si combatte la mafia”’. Secondo il procuratore di Reggio Calabria Nicola Gratteri “gli Stati membri non hanno percezione della pervasività della mafia in Europa”, ed è quindi necessario istituire “una legislazione europea omogenea” e sarebbe importante “poter fare indagini sul crimine organizzato senza passare per le rogatorie internazionali; Eurojust non assicura la giusta cooperazione giudiziaria”. Dello stesso avviso la relatrice e organizzatrice dell’hearing Sonia Alfano, che ha anche più volte sottolineato la necessità di riconoscere in tutti gli Stati membri il reato di associazione mafiosa, al momento esistente solo nell’ordinamento italiano. Tutti i relatori hanno condiviso e sostenuto il contenuto della relazione dell’On. Sonia Alfano, rilanciando le sue proposte ed evidenziando la necessità di parlare tutti lo stesso linguaggio, a livello europeo, sulla lotta alle mafie.
Nel corso dell’audizione alcuni deputati di diverse nazionalità hanno sottolineato l’unicità e la straordinarietà di un evento storico come questo, chiedendo alla relatrice ed ai magistrati presenti di non fermarsi a quest’unica audizione e di cominciare invece ad organizzarne in tutti gli Stati membri per sensibilizzare i governi sul tema.

Bruxelles, 29-30 marzo: “Verso una strategia dell’Unione Europea per il contrasto al crimine organizzato transnazionale”

Bruxelles, 26 Mar. Giorno 29 e 30 marzo al Parlamento europeo a Bruxelles si terrà un hearing dal titolo “Verso una strategia dell’Unione Europea per il contrasto al crimine organizzato transnazionale“. L’hearing, organizzato dall’eurodeputato Sonia Alfano, sarà un importante momento di confronto e dibattito nell’ambito della relazione del Parlamento Europeo sulla criminalità organizzata nell’UE, di cui la stessa Alfano è relatrice.
Durante la sessione di giorno 29 marzo pomeriggio si confronteranno le istituzioni europee e internazionali competenti in materia di contrasto al crimine organizzato. Saranno presenti, tra gli altri, la Commissaria Malmstrom, il Presidente di Eurojust Williams e il Vice-direttore di Europol Oerting. Invieranno i loro referenti la Presidenza ungherese del Consiglio, la Corte dei Conti Europea, l’OLAF, la Banca Europea per gli Investimenti, l’Interpol e l’UNODC.
Giorno 30 marzo mattina saranno analizzate alcune delle più importanti minacce per l’UE a livello di crimine organizzato e saranno inoltre poste a confronto esperienze di contrasto da diversi paesi europei. Una mini-sessione specifica verrà dedicata alla questione delle ecomafie e alla confisca e al riutilizzo per scopi sociali dei patrimoni della criminalità organizzata.
Infine il pomeriggio di giorno 30 verrà trattata la questione della presenza delle mafie italiane oltre i confini nazionali, con particolare attenzione per le criticità esistenti nel contrasto a livello transnazionale. I relatori provenienti dall’Italia saranno i magistrati Nicola Gratteri, Antonio Ingroia, Antonino Di Matteo, Roberto Scarpinato, Cataldo Motta, Franco Roberti. Interverranno inoltre i giornalisti Antonio Nicaso, Petra Reski, Nicola Biondo e, in video, Roberto Saviano.
Essendo scopo dell’hearing quello di individuare le migliori proposte per un contrasto efficace alla criminalità organizzata transnazionale, specie quella di stampo mafioso, a livello UE parteciperanno ai lavori con interventi e domande durante le tre sessioni 40 magistrati italiani provenienti da 18 delle 26 direzioni distrettuali antimafia.

http://www.soniaalfano.it/comunicati/2011/03/26/bruxelles-29-30-marzo-verso-una-strategia-dellunione-europea-per-il-contrasto-al-crimine-organizzato-transnazionale/

Il contrasto al crimine organizzato nell’UE:  istituzioni a confronto

 

Martedì 29 marzo 2011
15:00 – 19:15
Parlamento Europeo
Sala JAN 4Q2
Relazione iniziale di Sonia ALFANO, Eurodeputato, relatrice sul crimine organizzato nell’UE
– Cecilia MALMSTRÖM, Commissario Europeo Affari Interni
– Péter STAUBER, Presidenza ungherese del Consiglio dell’Unione Europea
– Aled WILLIAMS, Presidente di Eurojust
– Troels OERTING, Vice-direttore di Europol
– Giovanni KESSLER, Direttore Generale dell’Ufficio Europeo Anti-frode (OLAF) (TBC)
– Ioannis SARMAS, Membro della Corte dei Conti Europea
Pierre REULAND, Rappresentante speciale INTERPOL presso l’Unione Europea
– Pierre LAPAQUE, Direttore Unità di contrasto al crimine organizzato e al riciclaggio dell’Ufficio delle Nazioni Unite su Droga e Crimine (UNODC)
– Jan Willem VAN DER KAAIJ, Ispettore generale della Banca Europea per gli Investimenti
– Verso una strategia europea per combattere il crimine organizzato transnazionale –

La minaccia del crimine organizzato transnazionale:
dall’esperienza alla proposta

Mercoledì 30 marzo 2011
9:00 – 13:00
Parlamento Europeo
Sala JAN 4Q2
Il crimine organizzato nei Balcani
– Jonathan RATEL, Procuratore speciale sul crimine organizzato al Kosovo Special Prosecution Office
Il crimine organizzato nell’Europa centro-orientale
– Ruslan STEFANOV, Direttore del Centre for the Study of Democracy (CSD)
Le mafia asiatiche nell’Unione Europea: l’esperienza del Belgio
– Bruno FRANS, Direttore del dipartimento di contrasto al crimine organizzato della Polizia Federale Belga
Il traffico internazionale di stupefacenti
– Robert HAUSCHILD, Direttore della Organised Crime Networks Unit, Europol
La minaccia delle ecomafie
– Antonio PERGOLIZZI, Coordinatore Ufficio “Ambiente e legalità”, Legambiente
Il contrasto alla criminalità organizzata: esperienze e proposte
– Paloma CONDE-PUMPIDO, Procuratore ufficio spagnolo antidroga
– Roberto SCARPINATO, Procuratore generale Caltanissetta, Italia
La confisca dei patrimoni della criminalità organizzata e il loro riutilizzo a scopi sociali
– Sebastiano TINÈ, Direzione Generale Affari Interni, Commissione Europea (TBC)
– Roberto FORTE, Direttore di Flare Network
– Verso una strategia europea per combattere il crimine organizzato transnazionale –

Le radici della mafia in Europa:
dal riconoscimento del problema al contrasto efficace

Mercoledì 30 marzo 2011
15:00 – 19:30
Parlamento Europeo
Sala JAN 4Q2
– Nicola BIONDO, Giornalista de L’Unità, autore de “Il Patto”
– Antonio INGROIA, Procuratore aggiunto procura distrettuale antimafia di Palermo, Italia
– Petra RESKI, Giornalista, autrice di numerose pubblicazioni anti-mafia
– Antonio NICASO, Docente di “Storia delle organizzazioni criminali” all’Università di Middlebury (USA)
– Nicola GRATTERI Procuratore aggiunto presso il Tribunale di Reggio Calabria, Italia
Cataldo MOTTA, Procuratore capo della Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce, Italia
– Roberto SAVIANO, Scrittore e giornalista, autore di “Gomorra” (TBC)
– Franco ROBERTI, Procuratore capo della Direzione Distrettuale Antimafia di Salerno, Italia
– Antonino DI MATTEO, Sostituto procuratore Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, Italia
– Armando D’ALTERIO, Procuratore capo Direzione Distrettuale Antimafia di Campobasso, Italia

 

 

   

Berlusconi,PDL,Fini,Pappagallo,PALmuto,Cicchito,Belpietro,Cecchino,Libero,Ruby,
Mafia,Gelmini,D’Addario,Faggioli,Minetti,Floriano Carrozzo,Pennuto Rosso,Leoncino,Commissione Antimafia